GIOVANI DI HUACHO VIVI E ALLEGRI

GIOVENTÚ IN CRESCITA

Nella valigia di ritorno dall’Italia c’era un gruzzolo di euro per poter realizzare un sogno di don Elvis : una due giorni di formazione per gli animatori dei gruppi giovanili diocesani. Dai quattro decanati della Diocesi si ritrovarono piú di 60 giovani sotto questo slogan: “Cristo é dentro di te, sta con te e mai ti lascerá”. Dalla capitale Lima é arrivato il gruppo animatore “Damian Joven” che li ha stimolati all’incontro con la figura di Gesú che sempre li accompagnará nel loro impegno giornaliero di evangelizzare i giovani del loro gruppo parrocchiale.
Riassumo il contenuto della lettera di ringraziamento che hanno inviato alle Parrocchie che hanno sostenuto il progetto: San Martino in Greco, Santa Maria Goretti di Milano, Santi Cornelio e Cipriano di Cerro Maggiore, ex oratoriani sempre di Cerro Maggiore.



La nostra convivenza si realizzó il 3 e 4 agosto nella casa di ritiro Santa Rosa di Mazo con l’accoglienza dei giovani alle otto del mattino con colazione e preghiera. Durante tutta la giornata realizzarono momenti di riflessione, lavori di gruppo, Messa e Confessioni. Dopo la cena ogni decanato presentó numeri artistici esprimendo i loro talenti. Al termine si accese un grande faló per bruciare tutti i nostri peccati per riconciliarci con Cristo vivo che ci vuole vivi! La domenica mattina ha avuto come centro la Santa Messa celebrata da don Elvis che ha dato a ciascuno la croce missionaria. Pranzo e poi subito “via alla Missione” di casa in casa. Una esperienza che ha fortificato il nostro impegno come seguaci del Dio della vita, annunciatori della sua Parola, all’incontro con chi ha bisogno dell’amore di Dio nella periferia chiamata Primavera. Fu meraviglioso vedere come i giovani hanno trasmesso la loro gioia in Cristo. Fu una esperienza che marca la loro vita e che ora giá danno testimonio nelle loro parrocchie.
Senza dubbi continueremo lavorando per questi giovani che sono il presente di Dio, perché Cristo ci vuole vivi e allegri nella nostra missione.
Ringraziamo tanto padre Antonio Colombo che mai si stanca nell’appoggiare la gioventú diocesana, ponendo fiducia nella nostra opera di formazione.
Ringraziamo per l’appoggio economico i benefattori di Milano. Non ci sono frontiere a dividerci quando si fa qualcosa nel nome di Dio.
Chiediamo a Dio e alla Madonna che vi conservino in buona salute.

Padre Elvis Medrano Prof. Susy Tello Sagán

P.S. Vi mandiamo le nostre foto, parlano da sole


NEL CARCERE BRILLA LA SQUADRA DEL PARROCO

Titolo del Diario El Caski:
La squada del parroco brilla nel carcere di Carquin.
Ha vinto nel campionato che ha avuto la partecipazione dei cinque padiglioni Come parte del suo impegno sociale la Parrocchia San Bartolomeo della Cattedrale di Huacho, attraverso il gruppo sportivo “Padre Antonio Colombo” organizzó il 4°campionato “Coppa Antonio Colombo 2019” al quale parteciparono le cinque squadre dei padiglioni del Carcere, arrivando a quota sei con quella del padre.
In questo campionato “relampago – fulmine” di un solo giorno si é visto il lavoro di recupero sociale degli interni attraverso lo sport. Nello stesso tempo i giocatori del Club padre Antonio Colombo hanno potuto constatare da vicino la vita dei carcerati. Finalmente dopo 3 anni di sforzi la squadra del parroco risultó vincitrice del campionato afferrando l’ambita coppa.
Altra novitá é stata la consegna da parte del parroco di 15 uniformi – 10 di taglia L e 5 di taglia M - per l’orchestra “Passione Peruviana” composta dagli interni del carcere di Carquin. Serviranno come uniformi di gala per le occasioni solenni nel carcere stesso.
Il sacerdote Antonio Colombo ha espresso la sua convinzione che gli interni non hanno perso la loro dignitá come persone e come tali si deve dare loro educazione, lavoro e benessere sociale.
L’articolo occupa una pagina entera del Diario ed é corredata da cinque foto a colori con i vari momenti sportivi e non della giornata.
La redazione del Chaski


P.S. Qui non si sta fermi! Anche in carcere la musica dona allegria. Gli strumenti c'erano ma mancava l'uniforme. Una mano generosa dall'Italia ha fatto il miracolo. Così 15 membri della orchestra adesso sono felici. Il sogno che hanno è di portare la loro musica anche fuori delle mura. Aiutiamoli continuando la collaborazione con il Carcere che negli anni passati hanno potuto aprire un corso per cuochi. Attualmente sono 30 gli alunni, giá preparano cibi succulenti e torte saporite. I miei giocatori hanno avuto modo di verificare tutto questo con la Coppa in mano e il palato pieno.
Anche le altre squadre del mio Club crescono. Si comincia a 6 anni e si arriva ai 18, partecipando ai campionati della cittá. Tra i ragazzi c’é un gruppo che va davvero forte, vincendo quasi sempre con 4 gol di differenza, hanno solo 8 anni. Tra gli adolescenti spicca quella di 15 anni, con almeno due giocatori tenuti sotto controllo dai selezionatori della nazionale! Il sogno peró é quello di riuscire a passare dalla terza alla seconda categoria del distritto, al quarto tentativo. Si é riusciti nel carcere, si deve confermarlo a livello piú alto, giocando nello Stadio cittadino con il sostegno dei nostri tifosi.


Il Papa in Mozambico e Suor Dalmazia a Roma OSPITE IN STUDIO DI TV 2000 - 6 SETTEMBRE 2019

Suor Dalmazia é mia sorella maggiore. Tutti e due siamo stati missionari in Africa, lei in Mozambico per 50 anni, io in Zambia per 12. Riuscivamo a stare in contatto con i mezzi lenti di quei tempi, solo per posta e qualche visita tra i rischi della guerra.
Il giorno 23 febbraio 2017 all’Ambasciata italiana in Mozambico le é conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia perché “attraverso le sue opere ha dato un importante contributo a rafforzare il ruolo dell’Italia in Mozambico e a promuovere i rapporti di amicizia tra i due paesi”.
Ora io sono in Perú e lei continua con grande spirito missionario a Torino nella casa delle Missionarie della Consolata.
Un sobbalzo di gioia quando il Papa annunció il suo viaggio in Mozambico, Madagascar e Isole Mauritius, per il mese di settembre.
La stuzzicavo dicendole: “Perché non fai un giretto laggiú per dare la mano al Papa? Ti potrei pagare il viaggio”. “Mi Piacerebbe, ma ora la mia missione é qui!”.
Con il modernissimo WhatsApp del 11 luglio mi scrive:
“Una novità. Sono invitata a Tv 2000 in diretta per la visita del Papa in Mozambico il 6 settembre dalle 09 alle 12,40. No comment”. “Bellissimo, incredibile. Cerca e ricerca ho trovato il canale Tv 2000, quello dei vescovi italiani, sul mio computer qui in Perú, ti potró vedere, anche se qui saranno le due della notte.” Il 5 settembre mi saluta: “Ciao sono a Roma. Cielo azzurro”. “Ho puntato la sveglia, stanotte saró incollato allo schermo del mio computer. Tu sai cavartela bene, lo so. Vai tranquilla”.
É stata una emozione unica anche se qualche volta mi prendeva il sonno. Al mio fianco c’era sveglio anche don Vittorio Ferrari che diceva. “Ma é proprio lei, come parla sciolta...” Il 7 settembre conclude l’avventura scrivendo: “Sono gia a Torino. Un abbraccio e grazie per la faticaccia per seguire il Papa e la sorellina...”


Nello studio televisivo di Roma, in collegamento satellitare con il Papa in Mozambico, mia sorella era proprio lí, tra gli esperti. Il conduttore Gennaro Ferrara l’ha coinvolta direttamente cinque volte, stentando a bloccarla quando scattava il segnale satellitare, era come un fiume in piena con i suoi ricordi vivacissimi.
Tutto ora si puó ritrovare in YOU TUBE con
https://www.youtube.com/watch?v=c1FuQ-Hz6Z4
Roma chiama Mozambico, il via alla diretta televisiva Conduttore Gennaro Ferrara: Buongiorno. Il Papa è a Maputo capitale del Mozambico, 6 settembre 2019. Vi presento prima gli ospiti iniziando da Suor Dalmazia Colombo, missionaria della Consolata da 60 anni, di cui 50 in Mozambico, Don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa (CUAMM), Filomeno Lopez, di Radio Vaticana, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio. •
Prima parte: dal minuto 12.49. Con il Papa tra mamme e bambini


Conduttore: Parliamo del legame tra la missione e la cura sanitaria. E questo credo sia proprio la storia di Suor Dalmazia missionaria da 60 anni e che ne ha passato una cinquantina in Mozambico, anche come infermiera. Iniziamo con una curiosità. Ieri c’era un francescano, padre Evodio mozambicano. Ci ha raccontato qui in studio che tu l’hai fatto nascere, sei stata tu l’ostetrica.
Suor Dalmazia: Sì, è nato nelle mie mani. Sì, e gli ho dato il primo bacio. Un giorno glielo dissi: “Guarda che Il primo bacio te l’ho dato io”. E’ che quando nascevano i bambini io li baciavo. Dicono che quando nasceva il bambino la mia faccia diventava bellissima. “Ma cosa baci?”. “Bacio i bambini che nascono”. Non ricordavo Evodio. Me lo ha detto suo papà che era catechista. Un giorno l’ho incontrato e mi disse: “Sai che Evodio – io sono il suo papà – è diventato frate, ed è nato nelle tue mani?”. Ero stata solo di passaggio in quella missione di Mitucue, una quarantina di anni fa. Lì lui è nato. .

Conduttore: Tu hai vissuto da dentro l’ospedale la storia del paese, la stagione ancora del colonialismo portoghese, la guerra di indipendenza, la guerra civile tra Frelimo e Renamo e la stagione della pace, le hai viste tutte. Raccontaci in sintesi come l’hai vista dall’ospedale, come è cambiato il paese. .
Suor Dalmazia: Sono arrivata in Mozambico nel 1964, ho fatto il primo Natale in nave a Maputo, dopo 33 giorni di viaggio dal Oortogallo Quel giorno non abbiamo potuto scendere a terra perché dicevano che c’era stato pericolo di attacchi. Risaliti in nave, raggiungiamo la nostra prima missione come infermiera a Maúa, una missione del Niassa, molto interna. Appena arrivata mi dicono che c’è una donna che sta morendo. Chiedo: “Ma, perché?” Dicono che dopo il parto le è rimasta dentro la placenta. Penso che io, teoricamente, la sapevo togliere. Sono andata, l’ho estratta, ho salvato quella giovane donna. Sono stata 20 anni nel servizio sanitario nazionale, ma non ho mai visto un medico. Sono stata a Maúa, a Etatara, a Molumbo dove non ci arrivava mai un medico. Perciò, oltre che essere infermiera, ostetrica, una deve essere dottore e fare tutto, ho imparato a estrarre i denti… La nostra presenza dava molta fiducia e la gente preferiva venire da noi, ai piccoli centri sanitari di missione piuttosto che andare a quelli pubblici. .

Volevo dire un’altra cosa sull’AIDS. Uno si domanda: “Perché, come mai, è così alta la percentuale? Io parlo del Mozambico, non degli altri paesi africani. Qui è arrivata nel tempo che c’era già la guerra civile. Dire a un ragazzo, a un uomo: “Guarda che se fai... fra 10 anni ti ammali”. Mi ridevano in faccia e aggiungevano: “Ma io non ho davanti a me la speranza di un anno, due anni di vita. Vuoi che rinunci proprio a tutto? Già si deve rinunciare a questo e a quello”. Ma c’è un’altra cosa che non ha facilitato la prevenzione. Parliamo di un popolo che non ha l’esperienza della medicina moderna. Però, per esempio, per certe malattie in cui lo spazio tra il tempo del contagio e la malattia era piccolo, come per altre malattie, allora sapevano benissimo cosa fare. Venivano e dicevano: “Io sono stato con... adesso comincio a…”. Ma l’AIDS è un po’ come l’infezione della rabbia per colpa di un gatto o cane, che si manifesta mesi dopo il contagio. E’ morta, da poco tempo, una nostra suora che è stata morsicata da un gatto con la rabbia. Chi ci pensava, mesi dopo… Hanno fatto tante ricerche e poi scoprono che tutto era causa del gatto infetto! Quando la morte è distante dal contagio è difficile far capire che bisogna fare la terapia di prevenzione. Non hanno il metro di questo tempo, la vita è molto più breve.
Conduttore: Insomma vedere adesso un Centro molecolare modernissimo, l’Ospedale fondato dalla Comunità di Sant’Egidio a Maputo che dà una dimensione straordinaria di credito, è un’altra cosa.
Suor Dalmazia: Certo, io conosco bene la Comunità di Sant’Egidio, perché ho ricevuto la loro prima nave che è arrivata a Pemba con don Matteo, Leone, Chiara, per portare gli aiuti di emergenza…
Conduttore: Don Matteo, il neo Cardinale, Matteo Zuppi, l’Arcivescovo di Bologna…
Marco Impagliazzo: … però è sempre don Matteo….
Suor Dalmazia: Sì, mi ha chiamato tempo fa: “Sono Matteo... Matteo…”? Ma mio nipote Matteo non ha questa voce... era lui, don Matteo, sí il Cardinale.

Seconda parte: dal minuto 42,25.
Conduttore: Il metodo dei missionari – che non sono soltanto portatori di speranza ma che anche ne ricevono –come diceva ieri padre Fabio, Missionario della Consolata come te. E’ così la tua storia, Suor Dalmazia?
Suor Dalmazia: Si, noi arriviamo in missione, non conosciamo la lingua, il clima, non conosciamo tante cose, non conosciamo le malattie. Io mi ricordo che conoscevo il morbillo, ma arrivata lì, guardavo. “Ma che cosa ha questo malato?” e l’infermiere mozambicano mi diceva: “Ha il morbillo”. “Ma il morbillo non è così nei libri”. Lui mi ha insegnato a diagnosticare questo ed altre patologie.
Noi abbiamo imparato la fede! Io mi ricordo... la mia vocazione è avvenuta negli annii 50 ma sono partita nel 1964. Allora avevo quell’idea che si andava in missione a portare la fede dove c’erano le tenebre. Io mi ricordo che appena arrivata a Mitucue, nel paese di padre Evodio, mi sono accorta che la gente aveva più fede di me. Aveva il senso che Dio è presente ovunque. Ho detto dentro di me: “Qui c’è qualcosa che devo cambiare”. E ci si potrebbe fermare a questa fase: “Hanno già tutto, hanno più di me… ”, ma no, io ho una ricchezza. Io mi sono fatta suora perché ho sentito che Gesù mi dà una gioia interiore molto forte e mi spinge ad amare oltre. Da allora non ho mai avuto la frustrazione di essere missionaria, né bianca né nera, proprio perché sapendo che ho un tesoro, un tesoro ricevuto da donare: Gesù. Pensare che molti dei miei ragazzi di quei tempi ora sono sacerdoti e vescovi, li incontro e mi dicono tu sei stata la nostra maestra, tu ci hai salvati quando eravamo malati… Poi, vorrei ricordare una cosa, noi abbiamo poca memoria, gli Africani hanno una memoria lunga del bene ricevuto. Poco tempo fa, con la macchina in panne, eravamo bloccati in una strada, non sapevo neanche che eravamo in terra Ayao. Lì non conoscevo nessuno tra gli Ayao, non sapevo la loro lingua. Poi salta fuori un po’ di gente e mi chiamano per nome. Al mio stupore dicono: “Noi siamo di Etatara”, che si trova a 500 km., dove ero stata 30 o 35 anni prima. Un uomo mi dice: “Tu mi hai tirato un dente, mi hai tolto un dente senza anestesia”. Penso: “Qui va male!”.
Conduttore: Ti voleva bene lo stesso anche se gli hai estratto il dente senza anestesia…
Suor Dalmazia: Una donna mi dice: “La mia prima sorte – i Macua chiamano il primo bambino nato, la prima sorte, la fortuna – è venuto nelle tue mani”. Penso: “Meno male, va un po’ meglio”. Una giovane del gruppo mi dice: “Tu, nel giorno delle mie nozze, mi hai aggiustato il velo!”. Perciò, cose così, portate nel cuore, ti cambiano la vita... Siamo persone, è questo il significato che manca, gli altri siamo noi, tutte persone con lo stesso cuore. Questa é la mia esperienza e l’ho imparato dalla nostra gente. • Terza parte: dal minuto 1:00 - 1,08. I frutti della visita di Papa Giovanni Paolo II nel 1988
Suor Dalmazia, sei andata via troppo presto dal Mozambico, se restavi un altro paio d’anni saresti arrivata a 53-54, oggi saresti stata lì allo stadio di Zimpeto?
Suor Dalmazia: Però io ero lì quando è arrivato Papa Giovanni Paolo II. Ricordo una cosa curiosa. All’uscita dei luoghi degli incontri le persone dicevano. “Io domani non faccio il bagno”. Ma che cosa succede, mi dicevo. Poi compresi: era perché avevano toccato il Papa, allora quella parte lì, la mano, non poteva essere lavata. Poi, ero a Maputo, ma venivo da Pemba e notavo che la gente si salutava in modo diverso dal solito. Non dicevano: “Buon giorno, come stai?”. Usavano una parola strana. Scoprii in seguito che si salutavano dicendo: “Siamo risorti, siamo risorti, è Pasqua, è Pasqua!”. Poi un’altra cosa, un segno, un suono che ha accolto il Papa, il suono delle campane! Erano 16 anni che le campane non potevano suonare. Quel giorno il “din din din” di tutte le campane del Mozambico ha cominciato a risuonare e da allora la proibizione sparì. Poi ricordo il canto, la gente cantava un canto di speranza e di proclamazione della fede: “E’ tempo di essere speranza, è tempo di comunicare, è tempo di non avere paura…”. Un ultimo frutto, prima che il portone dell’aereo si chiudesse, il presidente Joaquim Chissano, già sulla scaletta con il Papa, ha fatto un discorso e per la prima volta ha chiamato la gente della “Renamo” “fratelli”, prima erano chiamati: “Banditi armati”. Tra i murales, spariti in quei giorni, vi era un “Un tritacarne … con un … da macinare…”.
Conduttore: Erano nemici… non c’erano ancora gli accordi di pace del 1992?
Suor Dalmazia: E no. Non c’erano ancora gli accordi di pace. Eravamo nel 1988! Ma da quel giorno il linguaggio cambiò e parlare di pace era diventato normale per tutti.
Conduttore: Erano anni difficili anche per la Chiesa, per i missionari. Ieri abbiamo ricordato i tre francescani cappuccini uccisi nel 1989.
Suor Dalmazia: Sì, ne sono morti una ventina tra sacerdoti e missionari uccisi durante la guerra, era la punta di iceberg, e tanti sono stati i rapiti…. Ma la Chiesa, in tutto quel tempo, non ha incitato alla rivolta, ma ad essere presenti. Abbiamo avuto una grazia particolare. Grazie a ciò non siamo diventati una Chiesa del silenzio. Siamo diventati una Chiesa che partecipava nel bene e contestava il male. Non potendo fare apostolato, c’era il pericolo di abbandonare, di lasciare, ma la gente ci diceva: “Rimanete, non potete fare niente, ma rimanete”. In quel periodo, durato 16 anni, abbiamo scoperto l’intimità della spiritualità, della fraternità, povertà e creatività. Certi gruppi missionari hanno approfittato del tempo per tradurre la Bibbia in lingua locale. E’ stato un tempo in cui è cresciuto il laicato, gli unici testimoni di fede, di annuncio di Cristo. C’è una cosa che voglio dire dei giovani di quel tempo, la loro importanza. Le suore potevano andare a insegnare, insegnavano solo dentro la scuola e subito all’uscita erano scortate dai soldati e non potevano neanche parlare con i giovani studenti. Poi però i giovani e specialmente i bambini venivano a cercarci in casa, a vendere i pomodori, ma invece dei pomodori si parlava d’altro. Qualcuno di questi è diventato prete, di questi qui che venivano a vendere i pomodori.

Conduttore: Così tra un pomodoro e l’altro…
Suor Dalmazia: Sì, tra un pomodoro e l’altro… si evangelizzava. Prima facevamo finta di sgridarli: “Poltroni, cosa venite a fare a quest’ora…”. Poi, rassegnate al rischio di denuncia, li facevamo entrare. Gli africani allora e adesso hanno un modo di trasmettere le notizie, io non so come fanno perché a quel tempo poi non c’erano telefonini, non c’erano cellulari, non c’era niente. Eravamo nel 1982, io ero a Molumbo in un luogo molto isolato. Nel giorno di Natale, un gruppo di ragazzi sono saltati fuori e si sono messi a fare il presepe vivente nella cappella/capanna di paglia, perché la chiesa era chiusa... E, ciò che è capitato a Molumbo, in quel Natale è capitato da Maputo a tutte le città e villaggi del Paese dove si radunava la comunità. Era iniziata una tacita disobbedienza civile alla proibizione dei giovani di andare in chiesa.
Conduttore: Questo racconto è importante, è bellissimo, ma ora c’é il collegamento via satellite che ci riporta a Maputo dove inizia la Santa Messa nello Stadio di Zimpeto.
Quarta parte: dal minuto 1.09. Il cardinale Dos Santos e l’arcivescovo Dom Francisco
Grande festa, dunque. Si sta per concludere il viaggio del Papa in Mozambico. Ecco, sta per andare all’aeroporto per volare al Madagascar, a tre ore dal Mozambico. Intanto noi riprendiamo alcuni dei temi trattati durante la Messa nello stadio di Zimpeto. Partiamo da un dettaglio: alla Messa era presente il Cardinale Alexandre Dos Santos. Con suor Dalmazia parliamo di un Cardinale, “…un po’ meno giovane di te, diciamo così?”.
Suor Dalmazia: Il cardinale ha più di 100 anni!
Conduttore: Non l’hai fatto nascere tu!
No, questo non l’ho fatto nascere io! Però lo conosco da tanto tempo. Una sua particolarità è che è stato il primo sacerdote del Mozambico, il primo vescovo e il primo cardinale. E’ stato uno di quelli che sono andati con monsignor Jaime Gonçalves, vescovo di Beira, nella foresta per incontrare l’esercito della Renamo quando era ancora nella clandestinità, molto prima delle conversazioni di pace. E dopo, quando era giá arcivescovo emerito di Maputo, ha preso molto a cuore la passione di fare crescere le persone con l’istruzione e darle la possibilità di laurearsi. Raccontò che avendo scoperto che si poteva aprire una università nel sistema della Università di San Tommaso, ha fatto ricerche, chiesto aiuti, ed ora la Università di San Tommaso è una delle più forti a Maputo ed è stata organizzata da lui, dopo che aveva quasi la mia etá (risata di Suor Dalmazia).
Conduttore: Abbiamo visto l’Arcivescovo di Maputo che ha salutato il Papa, Dom Francisco Chimoio.
Suor Dalmazia:Beh, Dom Francisco Chimoio era un francescano di Bari, perché lui è diventato sacerdote nell’ordine dei francescani minori della provincia di Bari. Quando era ancora giovane sacerdote era tra quelli che erano stati rapiti. Ha sofferto molto. Non credevano fosse sacerdote. E’ stato picchiato, creduto spia, e poi lo hanno liberato. Ricorda però il suo grande dolore – me lo ha raccontato lui – quello di aver visto castigare i suoi aguzzini. Dico una cosa: si può essere in guerra, si può essere nel potere, ma la cattiveria gratuita, la violenza personale è una cosa che non è mai ammessa. Un soldato, può essere un soldato ma nei limiti, almeno. Ad ogni modo lui ha visto uccidere quelli che lo avevano maltrattato e questo dolore gli è rimasto dentro. Quando sono stati uccisi gli altri tre sacerdoti di cui avete parlato ieri – i tre francescani – lui era con loro, ma appena sentito l’avvisaglia, l’esperienza e la paura che aveva dentro lo hanno fatto scappare subito. Gli altri invece dicevano: “Ma no, non ci hanno mai fatto niente, possibile?!!”. Dom Chimoio diceva: “Io mi sono salvato per la paura”. La paura è qualcosa che può salvare, ma a volte la paura paralizza anche la riconciliazione, meglio la giusta reazione al male. Quando la paura mette in gioco la mia onestà, quando il prezzo della mia onestà è il rischio di perdere il lavoro, è affamare i miei figli… uno rischia di stare al gioco, anche del male. Liberarsi dalla paura è una cosa grande, io ho questa esperienza. E uno dei lavori che cercavo di fare era proprio questo. Fare capire che la perdita della paura ti può dare più sicurezza, è qualcosa di grande, certo ci si deve associare.
Io ho insegnato alla Università Cattolica di Beira che è nata cosí. Quando stavano facendo gli accordi di pace, i rappresentanti della Renamo, che si trovavano nel Nord del Mozambico, hanno posto questa condizione: “Quassù, nessuno di noi può diventare laureato perché l’unica università è a Maputo, la gente di Maputo ha più soldi, più possibilità, chi di noi può riuscire a andare laggiù? “L’istruzione è libertà” (come ha detto anche Filomeno). Allora monsignor Jaime Gonçalves, vescovo di Beira, che era al tavolo delle trattative di pace, si sentì spinto a dire: “La Chiesa può prendere la responsabilità di fare questa Università”. Ci raccontava che quando è uscito fuori dalla seduta, ha cominciato a tremare. “Ma che cosa ho detto! Noi che non abbiamo niente”. Eppure ha trovato nei missionari ilsostregno determinante.In particolare, lo voglio proprio dire, nei missionari della Consolata, - i missionari del ”mato”, cioè quelli della savana, con pochi missionari laureati . Altri che potevano più di noi devono aver avuto paura del fallimento, che non c’è stato. L’Istituto dei missionari della Consolata, con la Conferenza Episcopale Mozambicana, un gioiello di Conferenza Episcopale, ha detto: “Sì, ci stiamo”.

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Conduttore:Vi siete fatti carico e con la vostra esperienza di educazione e formazione avete contribuito a formare alla libertà e alla pace. E dopo con l’ emerito da arcivescovo di Maputo cardinale Dos Santos …
Suor Dalmazia: Abbiamo collaborato a formare un gruppo di persone che adesso “hanno la lingua”, come diceva don Lorenzo Milani.
Conduttore: Ieri abbiamo intervistato il capogruppo in parlamento del partito della Renamo che parlava un italiano migliore del mio. Mi ha colpito fortissimo, se uno pensa alla storia, che erano costretti dalla guerra alla ignoranza…
Suor Dalmazia: Ma anche perché non c’erano strutture. Nel 1995 ho dato la prima lezione alla Facoltà di Diritto, facevo Etica Sociale, insegnavo... non so neanche come dirlo... “tecnica della ricerca scientifica”. Quegli studenti non sapevano cosa fosse un libro, perché avevano sempre studiato copiando dalla lavagna eppure in poco tempo...
Conduttore: Scusa ci sono immagini... mi colpisce molto la testimonianza di Suor Dalmazia, perché le sue parole sono state in qualche modo la traduzione in esperienza di quella che è stata l’omelia di Papa Francesco, con quella che mi sembra la frase chiave: “Non si può costruire un paese sull’equità della violenza, sull’occhio per occhio, sulla legge del taglione...”
Quinta parte: dal minuto 1,29 Il bimbo ... spazzatura/vita
Conduttore: Un commento velocissimo prima delle parole del Papa ricordando la sua visita in ospedale. Lo chiedo a due frequentatori degli ospedali, don Dante e a Suor Dalmazia. Suor Dalmazia: Ascoltando ho pensato a una notte... era il 1965 a Massangulo. Per la guerra di Indipendenza, le strade erano minate, impraticabili. Assistevo a un parto, un parto molto difficile. Mi trovavo in un ambiente in cui tutti erano musulmani. A un certo punto dissi: “Preghiamo”. Ma io ero appena arrivata in quella missione e l’unica preghiera in lingua locale, imparata insieme con i catecumeni, era la Salve Regina. La iniziai senza coscienza che fosse “pregabile” anche per i musulmani, ma proviamo a immaginare la scena: “Salve Regina, madre di misericordia – e le donne che erano lì attorno ed erano musulmane ripetevano – madre di misericordia; vita dolcezza e speranza nostra...”. Non so ma forse per la pace della preghiera, recitata nella valle di lacrime del bambino che non nasceva e le donne che pregavano…. è stato un momento realmente forte. E poi alla fine il bimbo è nato, vita e speranza nostra. Chiedo: “Come chiamate questo bimbo?”. E loro mi rispondono: “Spazzatura”. “Ma siete matte!”, grido. E la mamma, triste: “Sì, perché i miei figli muoiono tutti”. “No, questo non deve morire, lo devi chiamare Vita”. Lo chiamò Vita. E’ ancora vivo!”.
Applausi e una risata alla Dalmazia... Ë stato bello anche trascrivere i suoi cinque interventi.
Li pubblico sulla mia pagina web o sito, nato a continuazione dellle pagine di famiglia del’Arca di Noé. Per chi ha passione missionaria ecco le sigle
www.padreantoniocolombo.com
www.sullarcadinoe.it
www.sullarcadinoe2.it
Con Suor Dalmazia tutti abbiamo “un tesoro da donare: Gesù”.

FUOCO MISSIONARIO PER RIPARTIRE

“Credo la Chiesa una, santa e cattolica” è una frase del Credo che mi piace, anche se quando arrivo a quel punto penso già all’Amen finale. La parola “cattolica”, cioè universale, è cresciuta dentro di me a poco a poco, con le esperienze fatte in Seminario e in famiglia. In Seminario a Venegono, nel 1958, con la visita di Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, già settantenne, ma che con voce forte e cuore appassionato disse: “Si possono salvare milioni e miloni di persone, con piccoli gesti”. Sempre a Venegono, nel 1959, l’incontro con don Ernesto Parenti, 30 anni, che partiva per Kariba, la prima missione della Diocesi di Milano nel mondo, il primo sacerdote “Fidei donum” (dono della fede), a soli due anni dall’Enciclica emanata dal Papa Pio XII. Fu il Cardinal Montini (futuro Papa San Paolo VI) a dare agli ambrosiani l’apertura sul mondo.
E sono ripartito per Huacho Quest’anno, il 6 dicembre, compirò 79 anni. In Perù, a Huacho, sono arrivato nel 2007, sono passati 12 anni, sempre con il desiderio di continuare, di tre anni in tre anni, sotto lo sguardo di Dio, con il permesso dell’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e l’accettazione del Vescovo di Huacho, mons. Antonio Santarsiero Non cambia il motivo di fondo, quello di essere qui come portatore di un messaggio, non il mio, ma quello di Gesù, vivo e vero, sempre presente per guidare i passi di Pietro che, sul mare di Galilea, rassicurò i suoi discepoli dicendo: “Coraggio, sono io, non temete”.
Qui a Huacho risuona sovente il canto “Pescatori di uomini”, con parole che mi scaldano il cuore: “Sei venuto sulla spiaggia, mi hai visto, mi hai sorriso e hai detto il mio nome. Tu sai bene che nella mia barca non ho né oro né spada, solo reti e voglia di lavorare. Tu hai bisogno delle mie mani, delle mie fatiche perché altri possano riposare. Sulla spiaggia ho lasciato la mia barca, con Te scoprirò un altro mare”.
Vorrei scaldarvi il cuore, come lo è stato il mio, quella volta che una bimba di 6 anni, riconoscendomi come sacerdote, disse: “Io ti conosco, sei quello della Messa”. Qui sta tutta la ricchezza di un uomo che può girare per il mondo a ripetere a se stesso e a tutti: “Questo è il mio Corpo”, mentre Gesù continua a trasmettere, in tutta la freschezza, il suo Vangelo.
Buon mese missionario a tutti.
Per il Perú é il mese viola del Señor de los Milagros.


Don Antonio Colombo

Huacho, 10 ottobre 2019